Max Vajro

Giancarlo Altamura mi chiede una prefazione con molto garbo e con una insistenza che mi Iusinga non poco, anche se imporrebbe alla mia onestà di non accontentarlo, poiché credo che egli si aspetti da me una introspezione critica in un linguaggio di altro gergo critico, in una forma cioè che corrisponda a||a forza, all’ originalità, allo spessore della sua espressione artistica. Con la quale dovrebbe cimentarsi un critico che fosse davvero tale e non un uomo di lettere con l’occhio avvezzo all’Arte sí, e vibratile per quanto l’Arte comunica con la sua magica immediatezza, ma non con la coscienza razionale d’un indagatore asettico che non si lascia sopraffare dall’emozione. Però devo dire, con il massimo rispetto verso i critici cosiddetti di professione, che sono lieto mi sia stato per un momento aperto uno steccato, da farmi vagare a||o stato brado tra queste immagini che offrono un nuovo orizzonte allo sguardo come la meravigliosa cupola Fortuny di un grande teatro. Faccio quindi forza sull’ammirazione estatica che provocano i suoi intrecci fantastici di oggetti, frutti, animali-uomini e animali veri, i suoi paesaggi metafisici, gli stupendi uccelli antropomorfi, di colore arancione sull’arancione; il tronco umano che rompe il sacco come un uccello da nido il corpo femminile dalle zampe caprine e dalle dita adunche, e le fantasie di uteri divelti e anatomie degne di un Bosch redivivo; gli accostamenti click here assurdi, ali di uccelli e arti umane, conchiglie e corpi tagliati e ricomposti alla rinfusa, e arditissimi connubi di bleu con l’ocra; le figure paradossai nelle quali finiamo con lo specchiarci; alieni nei quali ci riconosciamo ma senza orrore, perché il messaggio di Altamura è senza orrore, esso si carica di pietà nei proiettare la nostra radiografia contro un fondale di veementi di colori che alla fine riflettono noi stessi. Quello che colpisce, aldilà della vera e propria “bravura” dell’ artefice e oltre il fantastico stralunamento dei corpi, che egli dipinge, è l’assenza di malignità, è una grande pietà che le tele ci testimoniano e di cui esse per prime soffrono, senza ii compiacimento che queste tematiche di distorsione spesso svelano un “animus”, più o meno conscio, dell’autore. L’Arte non deve prefiggersi di stupire o atterrire o vestire il cappuccio dei torturatore o dei vendicatore: il fine dell’Arte, non è più ”la meraviglia”, ma piuttosto essa deve e può usare ogni mezzo espressivo, ogni fantasia, ogni tecnica e ogni espediente purché servano a rompere i confini dell’ inespresso e le carceri dell’anima. Rinchiudo le fotografie che Altamura mi ha inviato, resto pensoso a lungo. Mi pare che l’artista abbia segnato un momento importante di me, dando sbocco a tanto commosso stupore. Mi pare che Giancarlo Altamura possa essere pago di sé e di quello che fa.