Mario Persico

L’Elegante Teatro Onirico di: Giancarlo Altamura “ Spesso non vi è nulla in superficie, tutto è sotto, scavate.” Paracelso Mi è già accaduto altre volte di dichiarare che qualunque sforzo ermeneutico, foss’anche il più qualificato, non approderà mai alla verità di un “fare artistico”. Jan Mukarovsky, in “La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali. “, avverte che “i confini della sfera estetica non sono stati fissati dalla realtà stessa e variano sensibilmente”, e che “La qualità artistica di un oggetto, anche se esso è stato costruito intenzionalmente rispetto ad essa, si manifesta invece soltanto in determinate circostanze, in un certo contesto sociale: lo stesso fenomeno che era portatore privilegiato della funzione estetica in un determinato periodo, paese, ecc.; può essere incapace di tale funzione in un altro periodo, paese, ecc.”. Da ciò si potrebbe ricavate che la pretesa di certa critica d’arte di afferrare il “sense maitre” di un manufatto artistico dipenda unicamente dal profitto che essa determina nel nostro sistema dell’arte. Profitto, si sa, legato alle strategie delle multinazionali della produzione visiva. Tutto questo, sebbene viziato da una vera e propria teologia economica, non è privo d`interesse. D’altronde, anche quest`attività critica subordinata al mercato concorre allo sviluppo dell’attività ermeneutica. Nè è da escludere che qualche critico intelligente e sensibile colga in un “artefatto” più sensi e ragioni di quanti ne colga un altro. La vitalità di un`opera dipende proprio dalle molteplici e spesso contraddittorie interpretazioni che di essa si danno. lo non sono un critico d’arte, ma semplicemente un pittore che dipinge per quel valore di libertà insito nel gesto stesso del dipingere. Pertanto , quando l`amico G. Altamura mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul suo ultimo lavoro, con l’intento forse di evitare i soliti canali, sono per un momento entrato in crisi malgrado la richiesta mi abbia lusingato. In crisi per due motivi: primo, l`assenza da parte mia di qualunque dimestichezza con la sua produzione pittorica; secondo, la consapevolezza secondo cui la mia capacità percettiva, fortemente condizionata dalla fantasia, non è sempre in grado di operare una sostanziale distinzione fra riflesso e simmetria, fra funzione e finzione. Ma poiché ho accettato l’invito, nonostante queste due non trascurabili preoccupazioni, mi sforzerò di mettere insieme osservazioni che, spero, non risultino del tutto banali. Accade alcune volte che un pittore si serva di elementi compositivi caratterizzanti un certo movimento artistico senza porsi troppi problemi circa l’adozione di quel linguaggio. Egli vi aderisce pienamente perché quella tecnica, quel gusto compositivo, sono sufficienti, se non indispensabili, alla sua espressione artistica. Forse quel pittore non rincorre alcuna originalità o effetto spaesante, ma semplicemente una sorta di grammatica attraverso cui raccontare i propri sogni e descrivere i fantasmi che affollano i suoi occhi. E numerosi, inquietanti e infidi, sono quelli che abitano la mente di G. Altamura. Sembrano emergere da un limbo misterioso per poi disporsi come attori di un dramma appena annunciato, che prima o poi esploderà nello spazio della tela. Questi artisti sono troppo sbrigativamente definiti manieristi da qualche tenace e ostinato Bellori che impingua la schiera della critica italiana del click here nostro tempo. Il manierismo come categoria metastorica è, probabilmente, ciò che oggi, con un termine che fa molto cultura, chiamiamo postmoderno. Se assumiamo il “postmoderno” come condizione ineliminabile della coesistenza di “due contrapposte anime”, come sostiene R. Barilli, una avveniristica e l`altra di vertiginoso ritorno ai primordi del genere umano, non vedo perché ci si dovrebbe scandalizzare di fronte alla rivisitazione di uno stile del passato o al recupero di certe atmosfere. Ora accade che nelle opere di Altamura l’unico riferimento prendibile è quello relativo ad un impianto di sapore surrealista, mai ad un autore o ad una “figurazione” preesistenti. Le sue “presenze” sono apparizioni di una dimensione inconscia, tese a comunicarci qualcosa, ad informarci di un`esistenza parallela a quella che viviamo. Ma di cosa sono fatte queste “presenze”? Sono fantasmi o archetipi rivestimenti di sontuosi, vibranti colori? Dove stà il confine fra immaginazione e natura, fra ciò che è dipinto e l’illusoria corposità con cui si prestano alla nostra attenzione o ad uno sguardo che è assai più in là del quadro? È difficile dirlo. Un’opera è sempre il prodotto di un’accumulazione mnemonica, di sensazioni, emozioni, riflessioni, vagheggiamenti. Non a caso le sue “figure” proliferano, come per magia, dal groviglio di organismi che attraversano o ruotano intorno ad un nucleo centrale. Organismi non sempre riferibili ad una forma conosciuta, ma scaturenti da una sorta di pulviscolo materico che si diffonde sul piano del quadro in infinite, stupefacenti cromature. Un gioco vien posto in atto: il gioco sognante dell`infanzia teso ad immettere, in un mondo spesso severo e spento, l’inesauribile teoria di mostri inquieti partoriti dalla fantasia. L`apparato sintagmatico è ricco e originale anche se la diversità degli elementi costituenti il contesto linguistico viene intenzionalmente smorzata dall’uso sobrio del colore. Non so dire se questa sorta di allotropia coloristica nuoccia o no alla rappresentazione. A me pare che laddove gli elementi che vi concorrono ostentino senza alcun pudore la loro origine la rappresentazione ne soffra. Infatti, le opere meno catturanti sono, dal mio punto di vista, proprio quelle in cui l`autore rincorre la suggestione e l’effetto: l`incontro di un bacino femminile e del becco di un volatile, ad esempio, si consuma e svilisce nella convenzionalità di una maniera fin troppo praticata e per nulla provocatoria. I nessi che altrove G. Altamura fabbrica con sorprendente disinvoltura permettono alle sue “figure” di rientrare in una codificazione tipologica naturalissima che legittima il loro essere nella realtà. L’acuta eleganza, infine, della complessa orchestrazione amplifica la sensazione di teatralità che se ne ricava, anzi tende ad a scrivere alle “figure che vi partecipano come attori, ora tragici ora ilari, il diritto al riconoscimento, al possesso di una tessera d`identità che le immetta, con tutta la loro ambiguità, sul palcoscenico della vita. La forma immaginata, dunque, cosi poco rassicurante, nasce da un febbrile movimento psichico che invia bagliori all’intera superficie della tela elettrizzandola. Una nuova fauna si insinua prepotentemente nella materialità del nostro mondo, una fauna dell’epidermide scintillante che ammicca alle joie de vivre. “Presenze” che sembrano, pirandellianamenre, aspirare ad uno sguardo che dia loro dignità e oggettività.