Emilio Villa

Un inequivocabile Offertorio, ineluttabile Pandaemonium, carteggio di Preda, consulta e conia l’intemerato pittore Giancarlo, Giancarlo Altamura. Conversa in controfagia, in controconoscenza con delizia con il suo corale miniato, il suo messale aggiornato alle ultime apparizioni e sparizioni.e esegue, razzolando ruspando e carezzando, elogiando e rissando, il suo teatro immaginario: allena, alleva, allucina il suo figuramen, in lieto svelto improbo corusco dirompimento di corpi, onduloidi somatizzati in liquido ipnotico, amniotico, in anamorfosi conformativa, in fioriture e sfiammate zoonomiche, in travasi e incroci di limitari, di stanze, di finestre, di oblò, con rifacimenti, inversioni, conversioni in iattura di umanoidi, e cattura di figurali emisferi descrive le guizzanti curve antropologiche zoologiche omeologiche, con fare da incantatore di anime attrici, fattrici, sbaraccando sbaragliando sbagliando sbavando arti e membra portanti, e membrane visuali, vistose; traccia e straccia superfici di sgomento arcaico attualizzato, sempre cosi titillando ilMonstrum lconico, che ogni tanto perde il Sonno, aggio perduto u suonnu, anema mia; e perduto ha il suono, ogni tanto, e ricrea momenti (come qui, talvolta, monumenti propri e yeti) della conchiglia o del labirinto o della trappola sciancata, della circolante Immaginetta brava; faccia incatenata che nasconde le sue catene d’aria, il mostro zoppo che simula l’anchilosi, il mostro elettrico eclettico epilettico che svela la sua ancora veneranda età, la sua anzianità, il mostro erotico che svola da natica a natica, da scapola a scapola; e di la dal Ciel ti aspetta il Pappagallo Perpetuo, il Cunigondo, il Finimondo con il suo grande Prurito cosmico, e col becco arrotato, e ti aspetta il Papà passero dell’allegria congegnata, sgrattata di sott’ascelle, nell’ingenerato sistema di nuova, innovata procreazione, mescolando e muscolando oggetti di figura, di feticcio, e sguardi a ventola, risguardi sgualciti, maschere e pezzi di Assenza Mentale, ma pensosa; e ripensata pittorescamente in bei colori della raucedine, in pulsante verderame verdebottiglia, e in roggio penitenziale, in ocra proteica, nei brevi intensificati, immensificati luccicori di Mo(nu)menti imperturbabili, di imperturbabile lemma, quasi flemma, di acidità, di accidia, di piccola ma delicata veemenza, e insomma tutta la migliore e più spuntata e spudorata e sputata ieratria, anzi ierolatria furbesca, invasata, e qui voglio istintivamente neapotitana, che è dolce e scintillante Umore-Amore, come un rito perennemente inastato della Sfera del Sunreale intatto (tramite di surrealismo e di lussorealismo); e certo sì, con ammicchio furbesco, di meravigliosa, attanagliata manutenzione (pittorica; ripetiamo, bellamente pittoresca, perchè con intelletto etnico veramente pittata), di policromia istituzionale, ma divorata e vorace, strenua a Bel Passo e Contrappasso, di colorimenti a brace, di incendio pulviscolare paventato, per watch iridati, per soft ward di tonalità irritate, tinte in chromos audace, in timbri di trasparenza e in velature chirurgiche (il nostro pittore, ritagliando i personaggi fa anche `operazioni’ vere e proprie, `operazioni’ ginniche e contemplative; e così sveglia (a suon di watch, a voce), intima, registra, grafizza i soffusi fiati in giallonapoli, in rosacanina, in verdaccio; che Sono i numeri e ratei di quel fluido Umore di cui vive l’Incubo, e il Gaudio Tecnico e il suo processuale incatesimo di degrado, di deperimento, di annaspo, di discesa e risalita ad Inferos, corale: di coro di zoomorfemi di zooplastica, e ricostruisce l’impaziente imperioso, scattante registro-zodiaco dell’Anatomico, dell’Anatomozoico irredento, un po’ irrisorio, ma no, proprio legittimato dal suo stesso apparire in scena e in oscena; dove c’era il creato e la creazione affaccendata, produzione malinconiosa e dimostrazione mutrignona, miticologica e matrigna, con facce arcigne e sorridenti risvegli: lì il pittore così fatto, come Altamura, soffice arguto e surreale egli stesso, di nuova impennata, di pennellata divinante, gestisce, come s’usa dire, lo spettacolo della Decreazione-Ricreazione, caudata in gerghi e splendori anche lucidamente poesiaci. Ed e’ un gran bel Pittore, un po’ mago, un po’ rapito, un po’ sciamannato, ma bello bello. Dopo mangiato e bevuto un bel colore, sempre prigioniero dell’ebete fascinosum, horrorosum, obscurum, dissimula, quasi occulta, adombra l’intero paradigma della Dissezione, risuturata in tralice, in treccia, in annodi, in dissolvenza, come riverberata da rito anziano; così si diceva ‘operazione’ di ispirazione chirurgica. Altamura cerca varianti, svariazioni permanenti, permanenze mutevoli ma ferme, abimo: assiste il nascere umile, l’affievolirsi e il morire (il colore che si mangia le figure, sbaraglia le iconi, architetta gli ambienti, tutti psichici e parapsichici) dell’enfasi rigenerante e dei flussi di condizione, nel densamente spopolato, anademotizzato, spazio: dove si avventano i rischi e le ipotesi del memoriale incompiuto, che non dura, instabile, sotteso, extra mentem, extra orem, extra rem; il progettino umano, agito in cute, in corpore minore, e assediato dall’economia vacua dell’insolenza, dell’invettiva, del sogghigno e della grinta: e vi si illuminano le sismatiche/sistematiche, scismatiche/sigmatiche conseguenze delle forme `umane’ e ‘disumane’. E il crollo a memento delle profughe Evenienze, alle soglie elastiche del colorito allietante, o riverberante, o accecante, pus pure purum, per la confezione del traslato, dell’anafora, della ideazione, appunto, del Mostro; cui e destinata la vulnerabilità, la prestanza, il sequenziario dell’Immaginazione retrattile, in corde sex-cretae katastrophis, di vapori liturgici, cerimoniali di brume paonazze, di paludose ombre. Cosi conscrivere, conclamare in annessi e connessi di lontana corporeitd e di modellazione sussiegosa, un adeguato firmamento di ombre e velari intorpiditi, di abbagli e barbagli, di fantasinergia (energia di fantasmi recuperati) ridotte all’impotenza migratoria, incastonate nella muta suggestione, risultate (saltate fuori) dalla sublime Incoerenza, nostra grande e vistosa e amata Madre, e della epicrasia dei simulacri sdoppiati, squartati, snobbati, sbranati, riveriti, adulati – non come pagliacci di un teatro improprio, ma come allusioni proprie e intense dell’uomo vivente; presso il quale e depositata l’immagine–atmosfera, il ritratto-tempo, che si separa in occasioni mistiche, discordi, discorrenti: segnali e stigmate della fatalitd, depittata, ingegnata, captata in attestazioni idolatriche, iconotopiche, relative agli appellativi ironizzanti della Credenza nell’Uomo Trasognato, homo transomniatus, ma Uomo Transvivente, un ultimo prodotto, plurigenito, della nostra festosa abilità di emendamenti, di correzione e, metti pure, per rima fonetica, di corruzione della Mens-Figula, Mens-Figura, che e appunto l’Homo-Humus: uomo astruso, uomo ripresentato, arruolato, che indossa astrusi vecchi per diete a specchi, per diete liturgiche, diete chirurgiche, diete erotiche, o disagi di vista, o dirompenti turbe, o paraninfiche testate. Che fa sposa e spesa a colpi di Lacerti di Fantasma, panieri di scudimenti di Atmosfere, minced-meat di Larve in the Flash, per muovere Nebula e Abbaglio, per agitare il Misseeming: e vi si accosta e vi gareggia il pennello minatorio ma bonario, accarezzante per fili diretti, pennello come flesh-colour, flesh-chrome, in prospettiva tremolante, vacillante, e infine a recupero della Posizione Attonita (anche di Atonement, cioê di espiazione), che 6 poi l’inquadratura, in luce stirata, compita, devoluta al simbolo, e all’idea eterea, empirea, e ad estroso suffumigio da iconostasi. E siamo giusto alle fontane del Nulla-Prospettico, del nulla inusitato dentro l’UovoVessillo, (es)agitato, dove le persone vagano e s’impuntano come poveri feti, avvolti in manti di luce a olio, in sacche di ombre, in nozioni di sarcografie ideali. Il pittore cerca di trovare gli occhi in tutti gli elementi, occhi nell’intimo dell’enigma della sostanza e della sua proiezione, della sua immagine come se fosse chimerica; il trauma della consolazione, click here taumargia e chimismo, e la gioia della connotazione riuscita: le immagini come schema e appuntamento di comunione e di scomunica, extra-vagante, purissimamente formalizzata, congeniale e anaplastica, immagini espulse dall’OmbraUovo (Ombra-Uomo), e instaurata in composizione inoltrata, come propri coniugii o propri congiunti, parenti masticati nel pasto cultu(r)ale, o flashes sudoriferi di ricostituzioni di ricostituendi di sagome e di siluette, di profili facciali e tergali, di envergures prototipe: con linearità e precisione, cadendo tra membro e membro, tra occhio e occhio, tra tempia e tempia, l’ombra che separa l’essere dall’esemplare, l’uomo da Dio, il dio dall’animale, l’animale dal dêmone, il dêmone dalla persona, la persona dalla maschera, la maschera dal muscolo, il muscolo dal santo, il santo dal totem, il totem dal cardinale, il cardinale dallo scetavaiasse: e, insieme, nel rosso-rosso, la vista qua e ld del buon sangue, per far anche ridere, se ridere fa buon sangue, e il sorriso lasciato elementare/alimentare, intatto e sofferente fermo meccanismo, per dire, confermare, testimoniare e sottoscrivere che tra fantasma e uomo, tra pittato e ombra, tra immaginazione e natura la differenza e minimissima, proprio appena un filino, una filitura, c’è scarsa e involontaria separazione; e che e tutta contigua la soddisfazione della vita e della morte, inseparabili a vista: segnalata in campitura come soglia di territorialità estranea, dove it pictor bonus (l’optimus e morto, e in fondo non era poi un gran che, come pictor) esclama: questo e il mio corpo, il mio doppio corpo, anzi, che si sdoppia, si slarga, si informa e che in sostanza si danna per dannare la reverenda riverita society: laddove appunto nessuno di not sa, non abbiamo ancora saputo o decretato, come si testimonia la pietas del pictor, con i suoi stravolti dentro il regime del quadro; come corpo o come figura? come sangue o come acrilico? come velo o come menzogna? come carico e come (di)pendenza? metafora o ritratto? La figura insomma a cercata, frugata nelle vene del Paraclito, cioè il grande invisibile Avvocato, arroventato e stralunato, cui chiediamo informazioni legittime, risposte persuasive. Proprio le figure da cuocere nel Toro brodo, con calzini ne corti ne lunghi, ne raviglia, ne menichi obliterati, ma tutto. Pollici alianti e cupole arboree, e involucri di duramadre, e gomiti infidi, e corpi sine pondere umidi, in chiaroscuri scarlatti e vestiti cheratinosi, con ghiandole postume, espressioni scostumate per fortuna, e espressioni impermeabili, falli e fallacci idiomatizzati in parate nuziali olivastre, in colon risparmiati da candide economie e brillanti in pennellate da affondo per caso: attraverso tutti i tramezzi del corpo, Crete e spifferi di brezza iridate, i suoi rumori di masticazione o di sogneria, a occhi di nuvola disseminati e predati dallo zufolo e dalle repliche: umori di fine-contesa, incantamenti sbandati e scartamenti di dopocena cruenti, maculati, con vaghe insufflazioni intelletuali, un po’ per tutto sparse, in attesa di buone ragionevoli tenebre di spazio: e l’Altamura e Id pendolare, pensile, pendaglio, pena e incresciose sensazioni in luce abat-jour. In interni tremolanti e sciallati; e le atletiche coloristiche versatili insinuazioni di sotterfugi e intrighi, come con colori che hanno la premessa di alfe tossicitd, timbrature di erosione e corruttela, ammicchii cromatici di fertile riluttanza insieme a fresca tonality di reperti antiquariali di solaio (sole, solarium) e di cantina (canto). E’ un po’ così, o in modo non del tutto diverso, che Altamura convoca il suo venturato tiaso, corale con musiarmati, di code-spade, di schiume caricati di rostri aureoli di pupille inguainate: estrarre il fossile dall’ombra e iattare/iettare, ieratico potere sull’ombra stessa, in aria di ben arguto cordiale devoto feticismo, anche un tantino tenero, come sangennariano di alta categoria, con brodatura (brodee anche) di sanguigna dorata long-vehicles dell’hypnos arrovesciato, spenta o incendiata, smembrato, sderenato, cardiaco, di fasi acute, air-forced del viaggio di inversione gnostica, di terrorismo metabolico, di acrobazia miocardica: per la rete dell’orrore ipercinetico e inviolabile, dove si spaccano le ovaie, le trombe, i padiglioni, e tante alterazioni, riduzioni, contrattilitd. Sono i colori ripercossi dal colorito, l’embolo dove il divino metaforico si rompe in quattro, o tre, ventricoli, o nuclei genitivi, genetici, in paludate essenze; variazioni di onde anamorfiche elettrizzate in onde anatomiche, con strepito con calpestio con sussultorio e con impazienza dinamica di color/calcr/culor; ritmi che sorprese dove si scuotono i ruoli del pathos, si invertono i canini a mordere, si girano i soccorsi del fascino, gli stimoli all’attenzione, all’osservazione dell’Uomo-Mortale, che in ogni quadrato, a opera del pittore, si preconizza, l’indemoniata, o lentamente demoniaca in crescendo, pulsazione crescente, lo scarifico cerimoniale di una bella gnosi, ridanciana, di ghigno, di grinta, di paesaggista, inflazione, di atmosfere incontrate, da destra o da sinistra, o da sopra o da sotto, o da dentro o da fuori, secondo la dicotomia topologica di cui abbiamo gratificato lo spazio – mondano, e che il pittore e chiamato a rendere acuta, per elezione, per selezione. Procreando una allettante insalivata o inselvita velocity metafisica di compenso e di ritmo, baluginante nella metamorfica, maculata di incrostazioni popolaresche e populistiche ( di ascendenze lontane, fino ai cori dimisiaci, agli assi sciamanici); e dentro la quale si annida e si moltiplica l’infelicità del delirio e della vivace ragione gli arbores infelices degli antichi inferni le infemalità nude, e, come grafica, le ramificazioni venose, come queue del principe di Sansevero, nella cappella barocca dei Sansevero; quindi come una specie di ordalia sine practico e sine pondere, pura gratifica di visualità. E contano oramai i pittori incalzati da insorgenti nuove teologie, di ascendenza, come si diceva, ‘surreale’. Ma Altamura e certamente anche di ragione pin isolata, pin intima, di qualità pin accesa, pin decisa, perfino pin perversa, nel senso della `inspirazione’ totale. Debitamente, a scoppi, scatti e sfaldi di ingegno inventivo, transideante e transmanente al tempo stesso, il nostro Altamura, dalle occhiaie allarmate, scarica e sommuove a caracollo i suoi imbuti di figurazione: quei politropi, politopi, polipi, policromi, delizianti o agghiaccianti, feticci in tronchi di avvenenza e di presenza pura, intrinati, tramorti, revivali arguiti in sonno e fatica d’essere, di ecchimosi etiche e di rabeschi gestuali, di positure inani e solennizzate, che Sono poi i praecones (diciamo anche, gli spreconi) dei penultimi Regni, poco prima del tonfo del ragno, tra estinzioni parziali intermittenti e orbe reviviscenze (richiami in vitro, evocazioni sperimentali, in liberte sur parole) tra segreti difformi e deformi cordialità (pulcinelliane di istinto), in accezione cerimoniale, celebratoria, in patetismo sceneggiato, in fantasia plurima e promiscua (tra il si e il no, a metronomo, della meschinità quotidiana, dell’impolverato recupero): ma fantasia crepitante, alitante, giocoliera di pittore risospinto furiosamente dalla visuale cronica dell’inseguimento, alla cattura, alla designazione (design, disegn) dell’homo paradocsus, stanato dalla sua caverna scomoda, dove giace rannicchiato e confuso come homo socialis, sodalis, seminalis, e che il pittore ha rivestito, trasvestito, onde anche mettere le brache al nudo; e rendere diafono, trascolorante, l’inquieto, inferno, noioso travestimento del mondo nudo: un contenitore di misura impropria, di arborescenti avarie, di sesso impacciato, di infermo futuro. (cat. a cura di Luca, Edd. LAN, Napoli, s.d. ma 1984)