Angelo Calabrese

Emozione di rosso La casa, dell’area umbertina, ha soffitti a memoria di respiri. La porta dello studio è socchiusa e già dalla soglia, che varco di fianco, mi accendo di una straordinaria emozione di rosso: è il vasto fondale di un’opera dipinta. La materia cromatica vibra energetica come mare di fantasia, di rossa, sensuale, intensità, su cui galleggia, plana, consiste, un’isola-congerie di personaggi, fatti, memorie naturali, allusioni ad eventi articolati in un flusso continuo di associazioni, convenute di sorpresa a quella rinfusa sospesa tra evocazione e coscienza. Mi attira un altro grande dipinto dominato dal verde variato dall’azzurro al turchese, e volgendo lo sguardo lungo le opere alle pareti, che fanno scoprire le tappe di un coerente approdo, confermo a me stesso che la pittura di Giancarlo Altamura è forte, curata nel linguaggio prediletto, ricca di risvegli, ricordi e desideri, vitale anche nel senso della vita negata, ma restia alle didascalie e alle titolazioni. La cura dei fondali è per il pittore spazio eccellente per evocarvi la globalità attiva di quel tutto che è decifrabile nei singoli elementi compositivi, ma intanto è intraducibile in una definizione, dato che l’arte, veggente, cartomante, sciamana, ha pro-iettato sulla distesa verticale, proprio come la Sibilla gettava al vento le sue foglie, o il sacro indovino i sassi runici, tutto un armamentario di presenze e assenze, di slanci insopprimibili e memorie immotivate, di coscienza di cronaca e risvegli di natura. L’arte, superando la logica spazio-temporale, si è fatta mare ad accogliere fiumi di flussi di coscienza e li ha raccolti, frante immagini, in isole vaganti-veggenti-profetiche di storia a venire, illusioni, continuità biologica, vitalità naturale delusa, ironia di riti di fertilità, giochi propiziatori, guizzi antropologici, come souvenir di viaggi praticati tra allettamenti esotici e anarchie senza gioia di libertà. La realtà del fantastico, resa in invenzioni plasticodinamiche, spesso ironizza infatti sulla impotenza dell’uomo che, nel tempo della caducità, propone “simboli” terrificanti e si cerca o interpreta nella frammentarietà caotica e multiforme di una conoscenza che ha radici chissà dove e che fa i conti con la fatalità. La pittura di Giancarlo Altamura, irreale, forte della poesia di forme crivellate da fratture, visionaria, disperata nell’intensità oggettiva e psicologica, naufragio di storia intima e di miti della quotidianità, nei suoi materiali ha tutta la bellezza profetica della consapevolezza del disastro. Le sue isole di frantumi, di relitti, di galleggiamenti, hanno solo l’apparenza della casualità degli accostamenti. La colorazione attrattiva, sapida, a larghe stesure d’orizzonti e approdi, intensa e passionale ad accettare reliquie e sogni ricorrenti, desideri insopprimibili, sconfitte senza resurrezione (non c’è la retorica della battaglia e dello scontro), si anima di risvegli incredibili e di nostalgie di vita negata: i colori di Altamura sono d’arcobaleno, proprio perché si configurano come un ponte che raccorda l’universo presente con perdite irrevocabili. La legge intuita e verificata è una costante nell’opera di questo artista che nelle alternanze della vitalità riconosce “chi succhia e chi è succhiato”, chi sperpera, chi sciala con le energie di chi magari eccede nel sentimento, o è colto alla sprovvista, e chi si svuota inesorabilmente. I “fatti esterni”, resi in pittura come immediati, stimoli emozionali, la catena di immagini-eventi, consciamente o inconsciamente motivati, mi hanno d’impatto riportato alla poetica delle macerie del passato intuita da Thomas Stearns Eliot e resa in frammenti e rovine, nei contrasti tra veri materiali, ne “La terra desolata”. Il flusso di coscienza impersonale di Eliot, la veggenza cieca di Tiresia, è nello sciamano di Altamura, nelle piaghe, lacerazioni, fratture di quell’ideale umano che ancora talvolta brilla luce. È infatti straordinaria la luminosità che accende, fino alla trasparenza, la sommità del petto, del respiro, della spiritualità dei suoi personaggi sperperati e trafitti nelle altre membra virali. L’acqua che mai si configura nella sua naturale resa d’immagine è nella pittura di Giancarlo Altamura costantemente ritualizzata ed esorcizzata. Le valve terribili, dischiuse alla giusta sensuale dimensione che rende agevole al sifone della “fasolara” di ingurgitare la sua vittima, sono pelacee, ma posano su rosso di una stesura che metaforizza il contesto e lo affida alla realtà del fantastico. Il mito della sessualità nell’opera di Altamura è inserito tra le illusioni della storia intima-universale, tra galleggiamenti e naufragi: tra i reletti affiorati com’isola tutto ciò che si organizza in congerie, si ritrova in oscura e caotica consapevolezza di essere frammenti ignoti a se stessi, vittime di una tortura che non ci fa vivi e neppure morti definitivamente: l’isola galleggia, vaga, tra oriente e occidente, tra richiami esotici e repulsioni nostrane. L’uomo universale, il pittore Giancarlo Altamura, ha consapevolezza d`essere, come gli altri, un naufrago nella disumanità incalzante: click here la vitalità è resa impotente perché incapace di rigenerarsi nella spiritualità, gli annegati sotto le maschere, sotto gli ammanti asfittici che sono bende e corazze d’isolamento, di discriminazione, mai corazze contro le trafitture, sono destinati allo sperpero. Nella realtà del fantastico, quella che in pittura meglio è resa dall’espressionismo della surrealtà, l’arte di Altamura trova una giusta collocazione, non solo per dignità d’ascendenti, ma anche perchè il suo universo intimo e storico naturale apre un filone per la creatività fenomenologica, perchè la persistenza di elementi connotabili quali simboli e la resa epifanica della “rinfusa”, nata dalla pittura d’impatto e non dal progetto, si convogliano “ad unum” come fatti “agiti”. L’artista sciamano li affida al destino che egli ha concesso la veggenza di quella fenomenologia la quale è dovunque e in nessun luogo. L’ermeneuta poi vi scopre le catene d’immagini-eventi che hanno radici ancestrali. Il pappagallo, memoria di un uccello esotico, attrattivo nei colori dell’arcobaleno, la bellezza muliebre, la trasmutazione, orme e tracce dell’età dei desideri, ricordi d’Asia e d’Africa, la natura come scenario irrinunciabile, gli ammiccamenti metafisico-surreali, l’evocazione, le parvenze mutevoli le reliquie ed i simboli, rappresentano occasioni d’accesso all’isola e alla rinfusa sine titulo, e perciò più misteriosa e allettante. L’artista contempla gli inquieti mutamenti che inventa in libertà fantastica e li conforta con la bellezza del colore, con la poesia di un rimpianto che dall’esperienza si risolve in una condizione universale estremizzata. Forse i relitti dei nostri sogni e delle nostre avventure approderanno, spinte da chissà quali maree giustiziere (come le armi di Achille strappate dalle onde alla nave di Ulisse e consacrate meritamente alla tomba di Aiace), alla nostra essenza libera solo nel mare dell’essere. L’essenza della pittura che respira e sconta l’irragionevolezza della vita nel caso di Altamura gioca due ruoli precisi: la fantasia è infatti introversa ed estroversa, distrugge e crea, ha radici in Bosch, negli scandagli della psiche, dell’eros, di Carmassi, De Chirico, Benedetti, Leddi, Pascali, i grandi surrealisti, i maestri dell’esotico e degli spazi luminosi aperti all’animismo, agli esorcismi mistico sensuali e alle proiezioni mentali. L’ approdo è l’universalizzazione della vicenda umana sperimentata da esule e da naufrago: il mare rosso, allegoria delMar Rosso, attende i relitti delle cose care custodite nell’arca di una nave. Nella realtà Giancarlo Altamura ha operato un”transfert ” pittorico del naufragio reale: mare del risucchio, valve che succhiano, sifoni naturali o artificiali che introiettano o espellono, giochi metamorfici allusivi al mare di psiche e delle geometrie inglobanti, fasce, reti recinti, riportano al senso dell’inabissamento e del galleggiamento coscienziale. Chi scorre rapidamente le immagini delle numerosissime opere, che restano ora solo testimoniare in fotografia, si accorge della vena ironica di questo pittore che nella pienezza della gioventù realizzava sintesi sconcertanti di elementi cari alla sua esperienza vitale: il pappagallo, l’anatomia femminile, gli interni, le composizioni di elementi suggestivi, resi nella consapevolezza di una quadratura gravitazionale, sono le coordinate inequivocabili di quella vasta produzione. L’opera attuale, certamente molto più forte e suggestiva (non dimentichiamo che la maturità esperta arricchisce non solo l`analisi dei contenuti, ma anche la suggestione della tecne animata da una sempre più complessa spiritualità), vibra di una ricchezza interiore che si fa poesia malinconica e lacerante, contemplazione di un mondo che nessuno potrebbe mai restituire al sogno. Le magie cromatiche in cui giganteggiano le essenze morfoplasriche della vita, che plana e si consuma, sono belle di quello splendore che legge alla distanza, e a occhi asciutti, la perdita di rotte e prode ambire. C’è un’opera di Giancarlo Altamura che nell’universalità astratta e immutabile evoca presenze e fatti emozionali come da una teca aperta nella coscienza e nella memoria. Vi campeggia un’aquila dalla vista acuta, un nobile rapace che capta l’occhio del fruitore e gli narra un mondo lontano, con memorie d’Africa, di forme d’animali riconoscibili soprattutto da un quid caratteriale che il gesto pittorico coglie quasi a strappo connotativo. Terre diverse appaiono dagli scomparti di quinte favolosamente brune o lucenti di albe e tramonti su cieli d’illusioni: tutto il sentimento esprime l’elegia, il rimpianto il perire della bellezza, la caducità, il mistero vissuto come da un presagio testimoniale. È un ottimo esempio di vertigine immaginativa che vive di una feroce solennità sinfonica. Da quella impotente contemplazione si dilatano quindi i fuochi favolosi delle opere, cui da principio abbiamo accennato. Esse sono quindi ritmate da equilibri che sollevano la fisicità a splendori di fatti aggregati e disgregati in un contesto vitale che è realtà superiore, surrealtà, dove i miti perdono le ali e i contrasti esulano dalla umana comprensione. Provocano suggestivamente l’immaginazione e propongono all’ermeneuta una pagina ricca di vita.